La solitudine come problema sanitario: una nuova sfida per i sistemi di cura e per l’infermieristica

A cura della Redazione

Summary. Loneliness as a health issue: a new challenge for healthcare systems and nursing. Loneliness has long been considered mainly a psychological or social condition. However, growing scientific evidence has identified loneliness as a major health determinant associated with poorer clinical outcomes, increased healthcare utilization, reduced quality of life, and higher mortality. Demographic ageing, weakening social networks, chronic diseases, socioeconomic vulnerability, and the impact of the covid-19 pandemic have contributed to making loneliness a widespread public health issue affecting all age groups.

The literature clearly distinguishes loneliness, a subjective perception of inadequate social relationships, from social isolation, an objective lack of social contacts. Chronic loneliness has been associated with depression, anxiety, cognitive decline, cardiovascular diseases, stroke, frailty, sleep disorders, and unhealthy behaviors. Its impact on health has been compared to traditional risk factors such as smoking and obesity.

Healthcare systems are increasingly required to address loneliness through multidimensional assessment, continuity of care, community-based interventions, and social prescribing programs. Relational vulnerability should be considered an essential component of healthcare assessment, particularly among frail, elderly, chronically ill, and socially vulnerable individuals.

Within this framework, nurses play a pivotal role because of their close and continuous contact with patients across hospital, community, home care, and long-term care settings. Addressing loneliness represents both a clinical and ethical challenge for contemporary healthcare systems and highlights the importance of integrating relational and social dimensions into care delivery.

Key words. Loneliness, social isolation, nursing, public health, social prescribing.

introduzione

Per molto tempo la solitudine è stata considerata soprattutto una condizione esistenziale, psicologica o sociale. Negli ultimi anni, però, la letteratura scientifica internazionale ha progressivamente modificato questo paradigma, riconoscendo la solitudine come un vero determinante di salute, capace di incidere sugli esiti clinici, sulla mortalità, sull’utilizzo dei servizi sanitari e sulla qualità della vita.1-3 Organizzazioni sanitarie, riviste scientifiche e istituzioni di sanità pubblica parlano oggi apertamente di “epidemia di solitudine” e di “crisi della connessione sociale”.4

La crescente attenzione verso questo tema nasce dall’intreccio di trasformazioni demografiche, culturali e organizzative: l’invecchiamento della popolazione, la riduzione delle reti familiari tradizionali, l’aumento delle persone che vivono sole, la precarizzazione dei legami sociali, gli effetti della pandemia da covid-19 e, in molti contesti, l’ambivalenza delle relazioni digitali. La solitudine non riguarda più soltanto gruppi marginali o fragili: attraversa tutte le età della vita, anche se colpisce in modo particolare gli anziani, le persone con patologie croniche, i caregiver, i soggetti economicamente vulnerabili e, paradossalmente, molti giovani adulti e adolescenti.2,3 Il rapporto della Commissione OMS sulla Social Connection del giugno del 20252 indica le dimensioni del problema: ne è interessato il 16% della popolazione mondiale (tra il 2014 e il 2023: 1 su 6), indipendentemente da età, sesso e regione, ma sono più colpiti gli adolescenti (20,9% tra i 13-17enni), i giovani adulti (17,4% tra i 18-29enni); 1/3 degli ultra sessantenni. Sono ancora più a rischio le persone vulnerabili e marginalizzate come quelle con disabilità, i migranti, le minoranze etniche.

Per i sistemi sanitari questo cambiamento comporta una conseguenza importante: la solitudine non può più essere considerata esclusivamente un problema sociale ‘esterno’ alla sanità.4-6 Le evidenze mostrano infatti che aumenta il rischio di depressione, ansia, decadimento cognitivo, malattie cardiovascolari, stroke, fragilità e mortalità precoce.2,3 Inoltre, le persone socialmente isolate utilizzano più frequentemente i servizi sanitari, hanno maggiori ricoveri ospedalieri e presentano esiti assistenziali peggiori.2,3

Ci si potrebbe domandare che cosa c’entrano a questo punto le professioni sanitarie, e in particolare gli infermieri. In realtà gli infermieri sono una delle figure professionali che più frequentemente possono intercettare la vulnerabilità relazionale delle persone, sia in ospedale che sul territorio, nell’assistenza domiciliare, nelle strutture residenziali e nella presa in carico della cronicità. La solitudine diventa così non soltanto un tema sociale, ma anche un problema clinico, assistenziale ed etico.6

solitudine e isolamento sociale: due concetti diversi

La letteratura distingue chiaramente tra isolamento sociale e solitudine.7 L’isolamento sociale indica una condizione oggettiva caratterizzata dalla scarsità di relazioni o contatti sociali; la solitudine, invece, è un’esperienza soggettiva, legata alla percezione di una distanza tra le relazioni desiderate e quelle effettivamente vissute. Una persona può avere pochi contatti senza sentirsi sola, oppure vivere una forte solitudine pur essendo inserita in reti sociali apparentemente ampie. Questa distinzione è rilevante anche sul piano clinico. La solitudine non coincide semplicemente con il vivere soli, ma riguarda la qualità percepita delle relazioni, il senso di appartenenza, la possibilità di sentirsi riconosciuti e sostenuti. Per questo motivo il fenomeno non può essere affrontato soltanto aumentando i contatti sociali in senso quantitativo: conta soprattutto la qualità delle connessioni umane.

Negli ultimi anni alcuni autori hanno proposto di considerare la solitudine come una sorta di “segno vitale sociale”, da valutare sistematicamente nei percorsi di cura, analogamente ad altri determinanti di salute.8

le conseguenze sulla salute

Le evidenze scientifiche oggi disponibili mostrano in modo consistente che la solitudine cronica ha effetti biologici, psicologici e sociali rilevanti. Gli studi collegano la solitudine a un aumento dello stress cronico, dell’infiammazione sistemica, dell’iperattivazione neuroendocrina e dei disturbi del sonno.2,3,9,10 Questi meccanismi contribuiscono ad aumentare il rischio cardiovascolare e metabolico.3

Particolarmente rilevanti sono le associazioni osservate con depressione, ansia e decadimento cognitivo. Un recente lavoro11 mette in luce l’interazione di depressione e isolamento sociale sul dolore. Negli anziani la solitudine è correlata a una maggiore probabilità di sviluppare demenza e perdita di autonomia funzionale. Sul piano comportamentale, inoltre, la mancanza di relazioni significative si associa più frequentemente a sedentarietà, abuso di sostanze, ridotta aderenza terapeutica e peggiori stili di vita.12

Alcuni studi recenti hanno evidenziato anche una relazione significativa tra solitudine persistente e rischio di stroke. In particolare, persone anziane che riferivano livelli elevati e continuativi di solitudine presentavano un incremento importante del rischio cerebrovascolare nel corso degli anni successivi.3

La dimensione sanitaria del fenomeno emerge anche dall’impatto sulla mortalità. Il rapporto del Surgeon General statunitense ha avuto grande risonanza internazionale per aver sintetizzato numerose evidenze secondo cui gli effetti della disconnessione sociale possono essere comparabili, in termini di rischio per la salute, a fattori tradizionali come il fumo o l’obesità.3

la pandemia e la fragilità delle reti sociali

La pandemia da covid-19 ha rappresentato un acceleratore straordinario di questo problema. L’isolamento imposto dalle misure di contenimento, la paura del contagio, la sospensione delle attività sociali e la riduzione delle reti di prossimità hanno reso visibile una vulnerabilità spesso già presente.6 Molte persone anziane, soprattutto nelle strutture residenziali, hanno sperimentato una drastica riduzione delle relazioni significative. Ma anche giovani adulti, studenti e lavoratori hanno riportato livelli elevati di solitudine e disagio relazionale.

La pandemia ha inoltre mostrato un elemento cruciale: le connessioni digitali non sempre riescono a sostituire la relazione umana diretta. Se da un lato le tecnologie hanno ridotto l’isolamento materiale, dall’altro hanno evidenziato i limiti delle relazioni esclusivamente virtuali, soprattutto nei soggetti più fragili.13

la solitudine come questione di sanità pubblica

Negli ultimi anni diversi paesi hanno iniziato a trattare la solitudine come una priorità di sanità pubblica. Il Regno Unito ha istituito già nel 2018 un Minister for Loneliness;14 analoghe iniziative sono nate successivamente in Giappone nel 2021 e in altri contesti internazionali. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente promosso una Commissione sulla connessione sociale,15 riconoscendo il valore della socialità per la salute collettiva.

Tradizionalmente i sistemi sanitari si sono concentrati soprattutto sulle malattie, mentre la solitudine obbliga a considerare con maggiore attenzione i determinanti sociali della salute. Quartieri, trasporti, spazi pubblici, reti comunitarie, accessibilità dei servizi e coesione sociale diventano elementi che incidono direttamente sugli esiti sanitari, ma anche l’impatto di innovazioni quali lo smart working o l’uso dei social media va valutato con attenzione per analizzarne le implicazioni. Questa evoluzione implica un cambiamento culturale importante perché la risposta alla solitudine non può essere soltanto clinica. Richiede politiche integrate tra sanità, servizi sociali, urbanistica, scuola, associazionismo e comunità locali. Il sistema sanitario ha però una responsabilità centrale: riconoscere precocemente la vulnerabilità relazionale e attivare percorsi di supporto appropriati.

il ruolo dei servizi sanitari

Per molto tempo la solitudine è rimasta quasi invisibile nei servizi sanitari. Le organizzazioni si sono concentrate prevalentemente sugli aspetti biologici della malattia, mentre il vissuto relazionale delle persone è stato considerato secondario o difficilmente misurabile. Oggi questa impostazione mostra chiaramente i suoi limiti. I servizi sanitari possono agire su almeno quattro livelli.

Il primo riguarda l’identificazione precoce. La solitudine dovrebbe essere esplorata nei percorsi di valutazione multidimensionale (e deve quindi diventare un dato da raccogliere nell’anamnesi sanitaria, anche infermieristica), soprattutto nei pazienti fragili, cronici, anziani o socialmente vulnerabili. Intercettare precocemente la disconnessione sociale significa prevenire peggioramenti clinici e ridurre accessi impropri ai servizi.

Il secondo riguarda la continuità assistenziale. Le transizioni di cura (dimissioni ospedaliere, passaggi tra ospedale e territorio, ingresso in strutture residenziali) rappresentano momenti ad alto rischio di isolamento sociale. In questi passaggi la presenza di reti relazionali adeguate può influenzare significativamente gli esiti assistenziali.

Il terzo riguarda le strategie di comunità. In diversi paesi si stanno sviluppando esperienze di social prescribing, attraverso cui i professionisti sanitari orientano le persone verso attività sociali, gruppi comunitari, volontariato, attività culturali o programmi di supporto relazionale. Esistono già da tempo indicazioni su come attivarlo,16 sulla sua efficacia,17 e sono già attivi sul territorio nazionale numerosi progetti (più di 600) e su popolazioni diverse. I risultati delle mappature e gli aggiornamenti sui protocolli nazionali sono disponibili sulla piattaforma dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il quarto riguarda l’organizzazione dei servizi. Strutture impersonali, tempi assistenziali compressi, turn over elevato e modelli centrati solo sulla prestazione rischiano di aumentare ulteriormente il senso di isolamento dei pazienti. La qualità relazionale dell’assistenza diventa quindi una componente essenziale della qualità delle cure.

il ruolo degli infermieri

Dentro questo scenario gli infermieri occupano una posizione particolarmente rilevante. Una metanalisi di 106 sperimentazioni cliniche ha reso esplicito come associare ai trattamenti un sostegno psicosociale nei pazienti assistiti in contesti clinici aumenti la probabilità di sopravvivenza del 20% rispetto al solo trattamento,18 sottolineando quindi come le misure di contrasto all’isolamento siano parte dell’assistenza. La pratica infermieristica si fonda infatti sulla relazione, su una prossimità quotidiana con le persone e sulla capacità di cogliere bisogni spesso non immediatamente espressi. Gli infermieri sono spesso i primi professionisti a intercettare segnali di isolamento, fragilità relazionale o perdita di supporto sociale: anziani soli, caregiver esausti, pazienti cronici privi di reti familiari, persone che utilizzano impropriamente i servizi sanitari anche come forma di contatto umano.

Nell’assistenza domiciliare, nelle case di comunità, nelle RSA e nella sanità territoriale il ruolo degli infermieri in generale e degli Infermieri di Famiglia e Comunità (IFeC) diventa ancora più strategico. La presa in carico non riguarda soltanto la gestione clinica, ma anche la capacità di costruire connessioni, attivare risorse territoriali e sostenere le reti informali di cura. La creazione di reti di assistenza, anche per prevenire la solitudine, dovrebbe essere uno degli interventi cardine del lavoro degli IFeC. Anche se ci sono prove di efficacia a sostegno, l’isolamento non sarà mai riconosciuto come causa di morte.6 È fondamentale però renderne evidente l’impatto, sottolineare che pure questo aspetto è una variabile importante della presa in carico. Questo non significa attribuire agli infermieri responsabilità ‘sociali’ improprie, ma riconoscere che la salute delle persone dipende anche dalla qualità delle relazioni e dalla possibilità di sentirsi parte di una comunità. La relazione assistenziale stessa può diventare, in alcuni contesti, uno spazio di riconoscimento, ascolto e contrasto alla marginalità.17

La letteratura infermieristica sottolinea inoltre come la solitudine non riguardi soltanto i pazienti, ma anche gli operatori sanitari. Burnout, stress organizzativo, frammentazione dei team e impoverimento delle relazioni professionali possono generare isolamento emotivo anche nei professionisti.19 Affrontare il tema della connessione sociale significa quindi interrogarsi anche sulla qualità relazionale delle organizzazioni sanitarie.

le criticità aperte

Nonostante la crescente attenzione sia scientifica che sociale, restano molte criticità. La prima riguarda la difficoltà di misurare la solitudine: si tratta di un’esperienza soggettiva, non sempre facilmente identificabile attraverso strumenti quantitativi.

La seconda riguarda il rischio di medicalizzazione. Non tutta la solitudine è patologica: esistono forme temporanee o persino desiderate di solitudine. Il problema emerge quando la disconnessione diventa cronica, involontaria e associata a sofferenza o peggioramento degli esiti di salute.

La terza riguarda le disuguaglianze sociali. Povertà, precarietà abitativa, fragilità economica e marginalità aumentano il rischio di isolamento sociale. La solitudine, quindi, non è soltanto una questione individuale ma anche una conseguenza delle trasformazioni sociali contemporanee.

Infine, permane una sfida organizzativa: i sistemi sanitari sono realmente preparati a integrare la dimensione relazionale nei percorsi di cura? Affrontare la solitudine richiede tempo, continuità, lavoro di rete e modelli assistenziali meno frammentati.

conclusioni

La crescente attenzione scientifica verso la solitudine segna un cambiamento importante nel modo di concepire la salute. Le evidenze mostrano ormai chiaramente che le relazioni sociali non rappresentano un elemento accessorio del benessere umano, ma una componente essenziale della salute individuale e collettiva.

Per i sistemi sanitari questo significa ampliare lo sguardo oltre la malattia biologica, riconoscendo il peso dei determinanti relazionali e comunitari. Per l’infermieristica significa valorizzare ulteriormente una dimensione che appartiene storicamente alla professione: la capacità di prendersi cura delle persone nella loro globalità, dentro le loro fragilità cliniche ma anche dentro le loro vulnerabilità sociali ed esistenziali.

La solitudine difficilmente potrà essere risolta soltanto dai servizi sanitari. Tuttavia, ignorarla non è più possibile. La vera sfida sarà costruire sistemi di cura capaci non solo di trattare malattie, ma anche di generare connessioni, prossimità e senso di appartenenza. In una società sempre più frammentata, questo potrebbe diventare uno dei compiti più importanti della sanità del futuro.

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