Evidenze che possano creare futuro

Gianni Tognoni

Segretario del Tribunale Permanente dei Popoli, Fondazione Lelio e Lisli Basso, Roma

Per corrispondenza: Gianni Tognoni, giantogn@gmail.com

Summary. Evidences able to create future. The text reflects on Gaza as a historical breaking point, a place where the collapse of political responsibility and the silence of states threaten the very idea of human civilization. The voices of those who resist dehumanization and demand dignity, even when official powers remain indifferent, must be preserved. A perspective inspired by a war correspondent who witnessed the unending, pervasive inhumanity of Gaza from within is proposed. Her words call for transforming compassion into responsibility, rejecting passive pity, and confronting the viewer with the question of where they stand in the suffering they observe. It urges vigilance rather than sleep, truth rather than consolation, and the naming of victims one by one until breath fails. Ultimately, the text invites readers – especially those in caring professions – to cultivate a collective moral ‘wakefulness’, so that the future of healthcare and society may align with a “magnificent humanity” grounded in the inviolable value of every life.

Key words. Dehumanization, human dignity, responsibility vigilance.

Gaza, per quello che è successo, e continua, goccia a goccia, senza orizzonti, a succedere, è stata un punto di non ritorno: se quanto succede continua a non trovare ascolto e risposta dalla cosiddetta ‘comunità degli Stati’, la pretesa, o il sogno, o l’illusione di essere o costruire una civiltà umana sono relegate in un angolo irrilevante della memoria storica.

Con i limiti di una rivista che ha come identità-progetto di essere almeno una presenza nel mondo della sanità-cura, si è cercato su queste pagine di dare voce e visibilità, al di là dei fatti di cronaca e della ripetitività dei loro orrori, di mantenere un’eco della coscienza delle persone reali, che contro il silenzio e la repressione dei poteri statali sono scese sulle piazze in tutto il mondo per dire ‘basta’. Le affermazioni oscene, e non criticate dai poteri ufficiali, e ancor meno dalla politica di governo italiana, di un potente ministro israeliano (il suo stesso nome deve essere bandito) che invocano, mentre si scrivono queste righe, che l’impiccagione di 39-40 palestinesi al giorno deve essere uno spettacolo pubblico e didattico, dicono purtroppo che la strada da fare è tanta. Per resistere alla oscenità. Per creare spazi di dignità. Per rendere visibili almeno spiragli di orizzonti.

Il testo che viene proposto come Prospettiva è nato dalla lucidità di una delle giornaliste di guerra che ha vissuto più dall’interno l’indicibilità stessa del tempo senza fine della inumanità diffusa di cui Gaza è la memoria condensata. È una proposta di ascoltare, come le voci che da dentro l’orrore provano a immaginare vita. Auguriamo di farne memoria, come quelle canzoni, poesie, musiche, immagini che esprimono più di ogni concetto o ragionamento il desiderio di non stancarsi di chiamare per nome ciò che è inaccettabile, così che possa tradursi in un vaccino collettivo. E che le parole che concludono questa Prospettiva ci accompagnino tutte/i. E da Gaza diventino lo sguardo e la memoria perché tutta la nostra professione sia un servizio a un futuro che assomigli, con tutte le lentezze della storia, a quella ‘magnifica umanità’ che è il titolo di una enciclica che guarda a un futuro in cui anche le tecnologie più avanzate (…più o meno artificialmente intelligenti) abbiano come misura di legittimità la memoria inviolabile di quella ‘porta’, fatta dei legni delle barche migranti, che a Lampedusa dichiara che solo la vita di tutti gli umani, salvata da ogni violenza ed esclusione, può restituire “evidenze di civiltà” al nostro camminare.

La voce del non salvato

Avete provato compassione,

guardando i nostri corpi

amputati;

il mio corpo

amputato?

Mani,

che non stringono più,

volti

che non hanno più età?

Avete provato compassione?

Ebbene:

la compassione

è un sentimento colpevole.

La compassione

vi consola.

Vi restituisce a voi stessi

Vi fa sentire umani

senza chiedervi

che cosa avete fatto dell’umano.

Io non vi chiedo pena.

Vi chiedo RESPONSABILITÀ.

La pietà

è vaga,

mobile,

senza presa.

La pietà

vi mantiene spettatori.

Chiedetevi: “Dove sono, io, in quelle immagini?”

“Chi sono, nel dolore che guardo?”

Io non vi chiedo pena,

vi chiedo MISURA.

Misurate voi stessi

dentro ciò che vedete:

io sono il bambino

che non avete salvato.

Il mio corpo mutilato

non è un simbolo.

È il luogo

dove la nostra innocenza si è spezzata.

È l’umano

che voi avete lasciato cadere.

Avete circoscritto la ferita

entro i confini del mondo sopportabile.

Avete consegnato la sofferenza

alla geografia, non alla responsabilità.

Poi la notte ha richiuso le vostre palpebre.

Io non vi chiedo sonno.

Vi chiedo VEGLIA.

Perché il male non si compie da solo.

Ha bisogno del vostro silenzio.

Della vostra neutralità.

Io ero “bambino”.

Poi sono diventato “corpo”.

Poi “statistica”.

Poi “memoria”.

Ma ricordate:

anche i numeri gridano.

Ogni cifra, un respiro.

Ogni respiro, una domanda.

E ogni domanda pesa sul vostro silenzio.

Non siate compassionevoli.

Siate esatti.

Nominateci:

non “loro”.

Non “vittime”.

Nominateci

uno per uno:

dite

i nostri nomi

finché non vi mancherà il fiato.

È quello il punto in cui la lingua si redime.

Io non sono un simbolo.

Io sono il vostro specchio.

Guardatemi:

ciò che vedete

è ciò che siete diventati.

Non chiedetemi perdono.

Il perdono serve ai vivi per dormire.

Io voglio VERITÀ.

Non solo la verità dei tribunali.

La verità che nasce dallo sguardo.

Guardatemi ancora:

io sono

il bambino che non avete salvato.

Io sono

la spina nella vostra rosa.

Io sono

la sete che asciuga le parole.

Io sono

la domanda che non tace.

E non pregate per me.

Pregate per voi.

Perché

il giorno in cui non proverete più vergogna,

sarà il giorno in cui mi avrete ucciso davvero.

Francesca Mannocchi. Crescere, la guerra.

Torino: Giulio Einaudi Editore; 2026